Piccola storia dei ceceni

1 – RUSSIA E CECENIA, TRA CONQUISTA E RESISTENZA

Il territorio che oggi costituisce la Cecenia è stato conquistato dai russi appena due secoli fa. Fin da subito, alla conquista seguirono le guerre che però mai portarono a un punto risolutivo: i russi non riuscirono a radicarsi nel territorio, i ceceni non poterono liberarsi della presenza e del potere russo. Eppure per i russi era necessario controllare il Caucaso del Nord, anche in vista dell’espansione verso sud nelle terre che furono dei persiani e degli ottomani, e per questo non cessarono mai di impegnarsi militarmente nella regione.

Occorre dire che prima della conquista russa non esisteva uno stato ceceno.  Il Caucaso del Nord è fatto di montagne e valli profonde e isolate. In questi territori le società si dividevano in comunità in cui i rapporti con l’esterno erano scarsi e quelli interni, invece, si regolavano attraverso i clan e le tribù. Vi erano però grandi differenze a seconda della popolazione: i cabardi o gli osseti hanno dato luogo a strutture sociali gerarchizzate e verticali, mentre ceceni e ingusci si organizzavano in modo orizzontale e relativamente egualitario dove il potere era esercitato dai capifamiglia. Gli anziani esercitavano la giustizia e il diritto consuetudinario (adat) non era stato scalzato dalla legge islamica (shari’a) giunta insieme alla diffusione della fede musulmana. E’ in questo contesto che arrivano i russi.

La Russia tendeva ad assimilare le aristocrazie locali per radicarsi nei territori conquistati ma i ceceni non avevano un notabilato locale da usare come interlocutore per cooptare la popolazione. Di fronte alle resistenze di quest’ultima, usò la violenza incontrando una tenace resistenza armata. La prima rivolta fu guidata da Mansur, sceicco della confraternita islamica (tariqaat) detta Naqshbandiya. Il ruolo delle confraternite islamiche nel Caucaso è fondamentale: da una lato esprimono e conservano un Islam di tipo moderato, aperto al sincretismo con le culture locali; dall’altro diventano elemento identitario della popolazione. Le tariqat sono le tipiche organizzazioni del sufismo, corrente mistica dell’Islam che fu importante per la diffusione della religione musulmana in Africa proprio in virtù della sua capacità di legarsi alla cultura locale. Questa parentesi verrà utile nel proseguo del racconto.

La resistenza di Mansur (1785 – 1791) si concluse con una sconfitta. Come pure quella organizzata da Shamil, membro della stessa confraternita di Mansur, che tra il 1824 e il 1859 terrà testa ai russi proclamando la jihad e diventando un eroe popolare. La novità di Shamil fu che seppe uscire dai confini tradizionali della famiglia e del clan, mobilitando un vero esercito e organizzando una struttura amministrativa, nominando governatori locali affiancati da un muftì, interprete della legge islamica. E’ l’embrione di una stato ceceno che trova, nell’Islam, legittimità e coerenza. Non furono dunque i russi a creare uno stato ceceno, ma la necessità di questi ultimi di organizzarsi. Shamil venne sconfitto ma ci vollero ancora decenni prima che i russi potessero imporre la loro autorità sulle regioni cecene e quindi una relativa pace.

Quando l’impero zarista cadde fu di nuovo tempo di conflitti e un pronipote di Shamil proclamò la nascita di un Emirato del Caucaso sfidando il generale “bianco” Denikin. Quando, nel 1920, i “bianchi” vennero sconfitti dall’Armata Rossa, la situazione peggiorò poiché i bolscevichi intendevano estirpare l’elemento religioso, così importante per l’identità dei ceceni che infatti ripresero le armi. Fu inutile. L’élite religiosa venne deportata o uccisa. La struttura sociale clanica venne annientata con la forzata collettivizzazione. Si cominciò però a formare una classe intermedia di quadri politici locali che seppe mettere in comunicazione la popolazione con l’autorità sovietica. Tuttavia la freddezza dell’adesione cecena alla causa sovietica spinse, negli anni Trenta, a una feroce repressione che portò a una nuova ondata di resistenza armata.

Nel 1942 l’esercito nazista arrivò a poche centinaia di chilometri dal territorio ceceno. La collaborazione con i nazisti da parte delle bande armate cecene vi fu, seppur limitata, ma questo bastò a Stalin per dichiarare l’intero popolo ceceno colpevole di tradimento e – come accadde ad altri musulmani, i tatari di Crimea – condannarlo alla deportazione in Asia centrale.

2- LA MEMORIA DELLA DEPORTAZIONE

La mattina del 23 febbraio 1944 migliaia di soldati sovietici accerchiarono le città e i villaggi ceceni e in poche ore deportarono l’intera popolazione, circa 500mila persone, trasferite forzosamente in Asia centrale. Secondo un piano meticolosamente studiato la deportazioni colpì anche i ceceni che si trovavano al di fuori della RSSA Ceceno-Ingiuscia. Molte persone durante il viaggio, che durò sei settimane, morirono di fame e di freddo. Arrivati in Asia centrale, ovviamente, non c’era nulla ad aspettarli: mancavano abitazioni, materiale da costruzione, cibo, vestiti. Furono insediati principalmente in Kazakhstan e in Kirgizistan, controllati a vista e limitati nelle possibilità di spostamento. Solo dopo la morte di Stalin le cose cambiarono e nel 1956 il popolo ceceno fu “perdonato” di una colpa che non aveva commesso. I ceceni cominciarono a tornare nel Caucaso dove, però, molte cose erano cambiate in loro assenza. Terre e case occupate da altri, in genere russi che Mosca aveva spinto a insediarsi nel territorio. I cimiteri distrutti, le lapidi usati per la pavimentazione delle strade. Non mancarono tensioni e scontri ma anche quando si stabilì una apparente normalità, il ricordo della deportazione rimase vivo nella memoria dei ceceni anche se, ufficialmente, era vietato parlarne. Addirittura gli storici di regime presero a parlare di “volontaria annessione” della Cecenia alla Russia. Fu solo con la perestrojka che, complice la libertà di espressione, si diffusero circoli in cui si cominciò a ricordare apertamente il trauma della deportazione. Presto il tema della deportazione entrò nel dibattito politico e, nel 1990, venne persino istituita una “giornata della memoria e del dolore”. La riscoperta della deportazione in termini politici, poetici e patetici fu presto utilizzata come strumento di consenso dalle nuove classi dirigenti locali.

In quegli anni emerse il primo protagonista della nostra storia, il primo nome da ricordare, quello di Dzhokhar Dudaev.

Dudaev nacque nel febbraio del 1944, durante la deportazione forzata della sua famiglia verso il Kazahstan, Dopo il ritorno in Cecenia studiò e si laureò in elettrotecnica, per poi darsi alla carriera militare. Si dice che, per non subire discriminazioni, si spacciasse per osseto. Dopo aver partecipato all’invasione sovietica dell’Afghanistan, divenne generale dell’aeronautica e assunse il comando della base di Tartu, in Estonia. E’ lì che lo coglie il vento della storia.

Nel maggio del 1990, Dudaev si rende conto che il disfacimento dell’URSS è ormai irreversibile e decide di fare ritorno a Groznyj, la capitale della Cecenia, per dedicarsi alla politica locale. È un personaggio eminente, un generale dell’aeronautica, e non fatica a inserirsi nelle fila della nascente opposizione al regime sovietico che, in Cecenia come in tutta l’URSS, si andava formando grazie anche alla glasnost (trasparenza) avviata da Gorbacev che mosse molti intellettuali e notabili verso una riscoperta in senso nazionale della storia locale. Anche in Cecenia si formò un comitato che raggruppava l’opposizione detto Congresso della Nazione Cecena, il quale invocava la sovranità della Cecenia come Repubblica dell’Unione Sovietica. Si chiedeva, insomma, che la Cecenia fosse non più una semplice repubblica autonoma all’interno della repubblica federativa russa, ma “salisse di rango”, e senza l’Inguscezia. L’indipendenza non era ancora una richiesta all’ordine del giorno. Sarà proprio Dudaev a capire che la storia stava girando pagina e far leva sul sentimento nazionale ceceno e sulla memoria della deportazione per arrivare all’indipendenza del paese.

3 – LA CADUTA DELL’URSS E L’ASCESA DI DUDAEV

Un primo chiarimento. In quel momento la Cecenia è parte di una Repubblica autonoma socialista sovietica, quella della Cecenia-Inguscezia che comprendeva, appunto, i territori di Cecenia e Inguscezia. Si stavano però formando, in quel 1990, alcune forze di opposizione non ufficiale al governo sovietico grazie anche alla spinta data dal processo della glasnost (trasparenza) avviato da Gorbacev e che mosse molti intellettuali e notabili verso una riscoperta in senso nazionale della storia locale. Anche in Cecenia si formò un comitato che raggruppava l’opposizione detto Congresso della Nazione Cecena, il quale invocava la sovranità della Cecenia come Repubblica dell’Unione Sovietica. Si chiedeva, insomma, che la Cecenia fosse non più una semplice repubblica autonoma all’interno della repubblica federativa russa, ma “salisse di rango”, e senza l’Inguscezia. Nell’agosto del 1991, Doku Zavgayev, il leader comunista della RSSA di Cecenia-Inguscezia, espresse pubblicamente il proprio supporto per il fallito Colpo di Stato contro il presidente sovietico Michail Gorbačëv. Dopo il fallimento del putsch, l’Unione Sovietica cominciò rapidamente a disgregarsi mentre le repubbliche costituenti si sbrigarono ad abbandonarla. Avvantaggiandosi dell’implosione dell’Unione Sovietica, Dudaev e i suoi sostenitori si mossero contro l’amministrazione di Zavgayev

Il 6 settembre 1991, militanti del Congresso dell’opposizione invasero una seduta del Soviet Supremo locale, disperdendo così il governo della RSSA di Cecenia-Inguscezia e prendendo il potere. Dopo un controverso referendum nell’ottobre del 1991 che confermò l’elezione di Dudaev a Presidente della Repubblica Cecena, egli stesso dichiarò unilateralmente l’indipendenza dall’Unione Sovietica. Nel novembre del 1991, il presidente russo Boris Eltsin dispiegò le truppe a Grozny, ma furono ritirate quando le forze di Dudaev impedirono loro di uscire dall’aeroporto. La Russia si rifiutò di riconoscere l’indipendenza, ma esitò a usare la forza contro i separatisti. La Repubblica di Cecenia-Inguscezia era diventata uno stato indipendente de facto anche se presto gli ingusci avrebbero abbandonato i ceceni, temendo la reazione di Mosca.

Inizialmente il governo di Dudaev ebbe relazioni diplomatiche con la Georgia, ricevendo ampio supporto morale dal primo presidente georgiano Zviad Gamsakhurdia. Quando Gamsakhurdia fu rovesciato alla fine del 1991, gli venne concesso asilo in Cecenia e presenziò alla cerimonia d’insediamento di Dudaev. Mentre risiedeva a Grozny, l’ex leader georgiano contribuì anche all’organizzazione della prima Conferenza Caucasica, alla quale parteciparono gruppi indipendentisti di tutta la regione. La Cecenia non ha mai ottenuto un riconoscimento diplomatico da alcun altro stato al di fuori della Georgia nel 1991.

Le scelte politiche di Dudaev a favore dell’indipendenza cominciarono presto a minare l’economia della Cecenia e, secondo gli osservatori russi, trasformò la regione in un paradiso criminale. La popolazione di etnia diversa da quella cecena lasciò la repubblica per via delle minacce da parte della criminalità, che il governo trattava con indifferenza. Nel 1993 il Parlamento ceceno tentò di organizzare un referendum sulla fiducia pubblica in Dudaev, dato che aveva fallito nel consolidare l’indipendenza della regione. La ritorsione di Dudaev comportò lo scioglimento del parlamento e di altri organi del potere. A partire dell’estate del 1994, gruppi armati dell’opposizione (che potevano contare sull’appoggio militare e finanziario russo) provarono ripetutamente ma senza successo a deporre Dudaev con la forza. Il più spettacolare di questi tentativi fu un colpo di stato tentato verso la fine del 1994 con il supporto del governo di Mosca, nel tentativo di preservare la repubblica cecena da un’invasione su larga scala.

Il 1º dicembre 1994 i russi cominciarono a bombardare l’aeroporto di Groznyj e distrussero l’aviazione militare cecena iniziando così la prima guerra cecena

Ma facciamo un passo indietro, e torniamo alla memoria della deportazione. Dudaev seppe utilizzare i timori della popolazione cecena a proprio vantaggio. La volontà cecena di affrancarsi dal controllo russo era dovuta anche alla memoria della deportazione. Ma la volontà di indipendenza profilava una nuova minaccia russa che le generazioni più giovani paragonavano alla deportazione, vedendoci la stessa volontà di sterminio nei loro confronti. E per questo decisero che avrebbero reagito anche combattendo. Dudaev dichiarò poi che i russi avevano pronto un piano per deportare di nuovo i ceceni. Non era vero ma bastò a convincere i ceceni dell’inevitabilità del conflitto. La memoria della deportazione diventa così, per Dudaev, lo strumento con cui – in primo luogo – convince il popolo ceceno a sottrarsi dal controllo russo e con il quale – secondariamente – lo muove alla lotta. A ingrossare le fila di coloro che erano pronti a prendere le armi fu anche la disoccupazione che colpì la regione a causa del disgregamento politico dell’URSS che rendeva impossibile l’abituale emigrazione stagionale dei lavoratori ceceni. Nell’estate del 1991 migliaia di lavoratori ceceni non riuscirono a lasciare la Cecenia, queste persone esasperate erano l’uditorio perfetto per Dudaev che compattò intorno a sé una popolazione pronta alla guerra che, puntualmente, arrivò.

4 – DUDAEV ED ELSTIN

Non dobbiamo avere l’impressione che la natura della crisi cecena sia diversa da quella delle crisi che coinvolsero l’area post-sovietica nei primi anni Novanta: anche qui, come altrove, ci fu una violenta de-industrializzazione, un’impennata della criminalità, una forte emigrazione, la diffusione di traffici illeciti e il saccheggio del patrimonio economico, con l’impoverimento della popolazione. Che cosa, quindi, ha reso la crisi cecena tale da portare a una guerra?

Una risposta sta nell’elemento dell’islamismo radicale, che vedremo dopo, penetrato nella regione e che è stato fonte di profonda destabilizzazione. Una seconda risposta sta nella peculiare personalità dei due leader che si fronteggiavano, Boris Elstin e Dzhokhar Dudaev, così simili da rendere – con la loro impulsività e irresponsabilità – la guerra cecena inevitabile. Una classe dirigente più matura e consapevole avrebbe potuto evitare il peggio ma non questi due uomini, soli al comando.

Anzitutto sia Elstin che Dudaev sono nati in un ambiente di assoluta povertà, eppure entrambe le famiglie hanno potuto godere dell’espansione delle istituzioni sovietiche seguita alla seconda guerra mondiale. Così Elstin, che ha potuto studiare e diventare ingegnere, è presto entrato a far parte della nomenclatura diventando funzionario del partito. A metà degli anni Ottanta venne chiamato a Mosca come segretario della locale sezione del partito. Dudaev invece ha frequentato l’accademia militare diventando pilota e avviandosi verso una brillante carriera. In Afghanistan, durante la guerra (1979-1989) non mostrò alcun segno di solidarietà verso i villaggi musulmani che programmava di bombardare. Non c’era, all’epoca, ancora nulla del nazionalismo ceceno o del tradizionalismo islamico che connoteranno la sua retorica politica successiva. Entrambi zelanti, capaci di distinguersi di fronte ai superiori, hanno potuto fare strada finché la struttura di potere sovietica è rimasta nei canali abituali. Quando, con la perestrojka, si sono aperte prospettive impreviste i due si sono smarriti: Elstin, che continuava a lanciare critiche al Politburo (e a Gorbacev) venne rimosso. Dudaev, che cominciò a manifestare troppo apertamente le proprie ambizioni politiche, venne licenziato e lasciato senza nemmeno un appartamento in cui vivere. Per questo si trasferì dal fratello, in Cecenia.

Una volta cacciati dalle gerarchie ufficiali i due vengono adottati dalle nascenti opposizioni che ne apprezzano le doti decisioniste e l’esperienza nelle istituzioni. Ma ben presto gli intellettuali dissidenti delle opposizioni vengono scalzati da uomini come Elstin e Dudaev, autoritari e carismatici. Così, mentre Elstin destituisce Gorbacev; Dudaev prendeva il posto di Zavgaev in Cecenia. I grandi progetti di rinnovamento di entrambi andarono incontro al fallimento: la Russia, come la Cecenia, si trovarono impoverite, con l’apparato statale a pezzi, depredate dall’interno e dall’estero. “Patriottismo ultimo rifugio delle canaglie”, diceva Lev Tolstoj. E così entrambi presero in mano la bandiera, parlando – fuori di metafora – da sopra un carro armato al popolo che cercava una guida capace di traghettarlo fuori dalle secche del post-sovietismo. La guerra venne così utile a entrambi: Elstin sperava di riguadagnare popolarità, e decise da solo (senza il voto del parlamento) di fare la guerra. Dudaev, da militare qual era, sapeva che avrebbe potuto soccombere ma non si ritrasse dallo scontro risolutivo.

5 – LA GUERRA DI ELSTIN (1994-1996)

Dalla disgregazione dell’URSS la Cecenia ereditò un arsenale di 40mila armi automatiche che, in assenza di un esercito, finirono nelle mani di privati cittadini alimentando il crimine organizzato. Tuttavia, quando la Russia mosse guerra, trovò la resistenza cecena ben equipaggiata. Così quando il 26 novembre le truppe degli oppositori di Dudaev, finanziati e appoggiati da Mosca, conquistarono Grozny, vennero rapidamente ricacciati indietro e sbaragliati dall’azione delle truppe fedeli a Dudaev. Elstin decise così per l’intervento diretto con l’appoggio dell’allora primo ministro Cernomyrdin. L’11 dicembre 1994 le forze armate russe lanciarono un attacco missilistico su Grozny da tre fronti. L’attacco principale venne temporaneamente fermato dal vice comandante dell’esercito russo il generale Eduard Vorobyov come protesta perché considerava un “crimine mandare le forze armate contro il mio stesso popolo” dato che a Grozny era presente una folta comunità russa. Nelle parole di Vorobyov c’era però anche l’eco dell’identità sovietica per la quale, ceceni o russi, i civili erano tutti “concittadini” su cui l’esercito non poteva far fuoco (un po’ come accadde a Vukovar con l’esercito nazionale jugoslavo…). L’opposizione militare all’intervento in Cecenia iniziò quindi con la guerra stessa e furono molti gli alti gradi dell’esercito a dimettersi in segno di protesta. Ivan Babicev guidava una colonna di carro armati quando si trovò a bloccargli la strada una folla di civili. L’ordine di Mosca era quello di sparare, ma Babicev si oppose dicendo che “l’ordine di distruggere i villaggi è un ordine criminale e l’esercito non compie azioni criminali”. La sfiducia dei soldati verso Elstin crebbe rapidamente ma, rimossi gli oppositori, l’operazione russa riprese senza distinguere civili da miliziani. La resistenza cecena trovò nel terrorismo l’arma per opporsi a Mosca.

Il più spettacolare fu l’attentato ceceno all’ospedale di Buddenovsk, dove mille civili vennero presi in ostaggio dalle truppe cecene. L’azione era guidata da Shamil Basaev, il più importante capo militare delle bande cecene. Il primo ministro Cernomyrdin trattò per il rilascio degli ostaggi, il tutto in diretta televisiva. Alla fine i ceceni non ottennero il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia ma poterono ritirarsi indisturbati. L’azione, vista da tutta la Russia, mostrò la debolezza del governo a un paese non abituato a essere informato, vista la coltre di censura che veniva fatta calare all’epoca dell’URSS su ogni fatto che mettesse in dubbio la forza del potere centrale. Questo si tradusse in un calo di consensi verso la guerra e verso Elstin.

Nel gennaio del 1996 truppe guidate da un signore della guerra ceceno, Salman Raduev, uno dei leader della resistenza, assaltarono l’ospedale di Kizliar, oltre il confine ceceno, in Daghestan, prendendo in ostaggio pazienti e personale medico. Le forze russe assaltarono l’ospedale e si fermarono solo quando i ceceni cominciarono a uccidere gli ostaggi. Si giunse così a trattative e ai ceceni venne assicurato un corridoio per la fuga, ma i russi non mantennero la parola e spararono sul convoglio di combattenti in fuga che portava con sé ancora ostaggi che ovviamente morirono nell’attacco.

Nell’aprile del 1996 i russi uccidono Dudaev mentre era telefono satellitare con un membro del parlamento russo che cercava di organizzare una trattativa. Le forze russe usarono il segnale satellitare per colpire Dudaev con un missile telecomandato che uccise lui e due suoi aiutanti. A Dudaev subentrò Aslan Mashkadov, comandante delle forze armate.

Nel 1996 andarono in scena le elezioni presidenziali russe e Elstin sembrava non dovesse essere riconfermato a causa del malcontento generale verso la guerra in Cecenia. Contro di lui c’era il leader del partito comunista Ghennadi Zjuganov e il generale Alexander Lebed, Grazie all’intervento degli oligarchi, in particolare di Boris Berezovskij e della cosiddetta “famiglia”, Elstin riuscì a essere rieletto e nominò Lebed a capo del consiglio di sicurezza. Al contrario di quanto promesso in campagna elettorale, Elstin non pose fine alla guerra e per tutta risposta, il 6 agosto del 1996, millecinquecento combattenti ceceni presero d’assalto Grozny facendo 12mila prigionieri russi. Mosca lanciò allora un ultimatum perché i ceceni lasciassero Grozny ma non rispettò i termini e bombardò la città prima del tempo, uccidendo migliaia di persone, anche cittadini e soldati russi. Le immagini del massacro e dei 220mila profughi di Grozny fecero il giro del mondo, Elstin di fronte al disastro ordinò la ritirata dell’esercito russo e con gli accordi di Khasaviurt venne siglata una pace che lasciava, volutamente, aperta la questione dello status della Cecenia.

Uomo in preghiera durante la battaglia di Grozny, foto di  Mikhail Evstafiev. L’assedio alla capitale cecena durò due anni, migliaia di civili morirono a causa dei raid aerei e dei bombardamenti in quella che fu la più grande campagna di bombardamenti in Europa dai tempi della distruzione di Dresda. 

L’identità cecena è fortemente legata all’elemento religioso. Fu la religione a unire i clan ai tempi di Mansur, ed è la religione a emergere come aspetto costitutivo della nazionalità cecena all’indomani della caduta dell’Unione Sovietica. L’Islam ceceno è stato però sempre più infiltrato da elementi esterni connessi al salafismo e al wahhabismo di matrice saudita. La guerra cecena, da conflitto locale, divenne così uno dei fronti della lotta al terrorismo islamista internazionale. 

6 – LA GUERRA DI PUTIN (1999-2009)

Il periodo di pace fu destramente turbolento per la Cecenia. Anche se le elezioni del 1997 confermarono Mashkadov quale leader indiscusso, facendone il presidente del paese, molte erano le resistenze interne e troppo il potere dei signori della guerra, come Raduev e Basaev. Raduev dichiarò che non avrebbe deposto le armi contro i russi perché “solo Dudaev poteva dargli quell’ordine” e secondo lui Dudaev era ancora vivo. Il fatto è che nelle componenti più radicali della resistenza cecena era il fondamentalismo salafita e non l’indipendentismo a muovere alla guerra. Mashkadov voleva cercare un compromesso con i russi ma non trovò appoggi né all’interno né in Russia, ed anzi divenne sempre più preda dei gruppi estremisti al punto che nel 1999 dovette sciogliere il parlamento ordinando il passaggio immediato alla shari’a in tutta la Cecenia.

E’ in questo contesto che arriva Putin. La scusa è offerta da un attacco ceceno in Daghestan da parte dei gruppi salafiti guidati da Basaev e da un emiro arabo, arrivato in Cecenia a fine anni Novanta, noto come al-Khattab. Gli islamisti erano convinti che il Daghestan si sarebbe unito alla lotta cecena che, per loro, aveva lo scopo di creare un grande stato islamico nel Caucaso. Ma non fu così e le forze di polizia daghestane respinsero l’attacco. L’intervento russo, pianificato fin dal 1997 (almeno secondo le dichiarazioni di Lebed) fu motivato anche da alcuni attentati che portarono al crollo di palazzine in alcune città russe e che vennero ascritti al terrorismo ceceno benché non ce ne fosse alcuna prova. Tanto bastò a convincere l’opinione pubblica del carattere difensivo della seconda guerra cecena. Una guerra che, nelle intenzioni di Putin, doveva durare al massimo 4 mesi ma che si trascinò per anni, ben dieci in tutto e che costò più morti della prima: ben 4000 soldati morti e 13mila feriti sul campo, più del bilancio della guerra in Afghanistan. Con la differenza che, rispetto all’Afghanistan, questa volta i morti civili (quasi 10mila) erano cittadini russi. I metodi della guerra di Putin li conosciamo anche grazie al lavoro di Anna Politkovskaja, giornalista di Novaja Gazeta che denunciò gli abusi, le “sparizioni” di civili, le torture ai prigionieri, le fosse comuni. Una brutalità che ebbe, come risposta, una nuova ondata di terrorismo poiché a brutalità si risponde con brutalità. E’ la ferrea legge della guerra. Si assistette così alla tragedia del teatro Dubrovka a Mosca (2002); all’assalto a un concerto rock a Mosca (2003); all’attacco suicida nel metrò di Mosca (2004) e alla tragedia della scuola di Beslan, nel settembre 2004, che costò la vita a 330 ostaggi, tra cui bambini.

Nel 2005 i russi uccisero Mashakadov ma con lui eliminarono l’unica figura di dialogo che avevano a disposizione. Forse i russi non volevano dialogare. Nel frattempo, nel 2003, il Cremlino cercò di ristabilire un po’ di ordine con delle elezioni che videro la vittoria dell’uomo di Mosca, Akhmat Kadyrov, ucciso quattro mesi dopo. Gli è succeduto il figlio, Ramzan, che ancora oggi guida la Cecenia “normalizzata”. L’obiettivo di Mosca, effettivamente raggiunto, è stato quello di cecenizzare il conflitto: i kadyrovtsy sono gli uomini del presidente, bande armate dedite ai traffici, all’intimidazione, all’eliminazione fisica degli oppositori politici oltre che dei fondamentalisti. Dal 2005 quella in Cecenia è stata una guerra tra ceceni, tra un potere corrotto e brutale e bande armate, non meno brutali, ispirate al fondamentalismo islamico.